“Le nostre istituzioni, nella misura in cui affrontano esplicitamente i problemi dell’apprendimento, si basano prevalentemente sull’assunto che esso sia un processo individuale, con un inizio e una fine, meglio configurabile in quanto separato dal resto delle nostre attività, e che sia il prodotto dell’insegnamento. Di conseguenza predisponiamo delle aule dove gli studenti possono seguire un insegnante o concentrarsi sullo svolgimento di un esercizio. [cut] Per valutare l’apprendimento usiamo dei test in cui gli studenti si affrontano in una sorta di competizione, dove le conoscenze apprese vanno dimostrate fuori dal contesto pratico e la collaborazione viene considerata una forma di inganno. Di conseguenza [cut] usciamo quasi tutti da questo trattamento con la sensazione che l’apprendimento sia un processo noioso e difficile, che non fa per noi.
E se adottassimo una prospettiva diversa, che inserisse l’apprendimento nel contesto della nostra esperienza concreta di partecipazione alla vita reale? Cosa accadrebbe se ipotizzassimo che imparare fa parte della natura umana tanto quanto mangiare o dormire, che è al tempo stesso vitale e inevitabile [cut]? E se ci convincessimo che l’apprendimento è un fenomeno fondamentalmente sociale di esseri umani in grado di conoscere? Quali indicazioni fornirebbe una prospettiva così fatta su come avviene l’apprendimento e su cosa occorre per promuoverlo?” E. Wenger, 1998
Che dire. L’apprendimento come processo partecipato e condiviso. Molto lontano dalla nostra esperienza “scolastica”. Ma anche dalle modalita’ di insegnamento che comunemente si incontrano nelle esperienze di “formazione continua” di lavoratori.
Che fare? Vediamo di studiare un po’ la cosa
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